Ultimo aggiornamento: 17 settembre 2026.
Vado spesso a vedere gli allenamenti di mio figlio, che ha nove anni e gioca in una scuola calcio come ce ne sono migliaia in Italia. Sto in piedi a bordo campo, con le mani in tasca, e guardo.
Da qualche tempo guardo una cosa in particolare, e non riesco più a smettere di vederla.
Cadono. Cadono tutti, e cadono male apposta. Un contatto minimo, una gamba che sfiora l’altra, e giù: braccia aperte, faccia contratta, la mano che corre alla caviglia. Poi, quasi sempre, la stessa identica cosa: il bambino a terra che gira la testa e cerca lo sguardo dell’allenatore, per capire se ha funzionato.
Ho contato le età. Il più piccolo che ho visto farlo aveva sei anni e mezzo. Il più grande ne ha quattordici, e ormai lo fa bene.
Quello che vedo il martedì pomeriggio
Diciamolo senza retorica: non è che i bambini di sei anni siano diventati disonesti.
Un bambino di sei anni non ha nessuna strategia. Non sta calcolando un vantaggio, non conosce il regolamento, non sa cosa sia un fallo tattico. Un bambino di sei anni fa una cosa sola, la fa benissimo e la fa tutto il giorno: imita.
Imita il modo di camminare del padre, imita le parole dei fratelli più grandi, imita l’esultanza del giocatore che ha visto in televisione. E imita, con una precisione che fa impressione, il gesto di chi si butta e si tiene una parte del corpo che nessuno ha toccato.
Nessuno glielo ha insegnato. Gli allenatori della scuola calcio di mio figlio, per quello che vedo, fanno il contrario: li rialzano, li rimettono in gioco, qualche volta li sfottono bonariamente. Il gesto non arriva da lì.
Arriva da dove arrivano tutte le cose che i bambini imparano senza che nessuno le spieghi: da quello che vedono fare agli adulti che ammirano, e da quello che vedono funzionare.
Non stanno barando, stanno studiando
Questa è la parte che a bordo campo mi ha messo di malumore più di tutte.
Quando un bambino si butta e guarda l’allenatore, non sta commettendo una scorrettezza. Sta facendo una verifica sperimentale. Ha visto un comportamento, lo sta riproducendo, e adesso controlla il risultato per sapere se vale la pena ripeterlo.
È il modo in cui i bambini imparano qualunque cosa, dalla lingua alle buone maniere. Non giudicano il gesto: misurano la reazione. E se il gesto ottiene qualcosa, entra nel repertorio. Se non ottiene niente, sparisce in due settimane.
Il che sposta tutta la responsabilità dall’altra parte del recinto. La domanda non è perché i bambini simulano. La domanda è: dove hanno visto che conviene?
Quello che vedono la domenica
La risposta non richiede un’inchiesta.
Su questo blog il capitolo simulazioni lo abbiamo aperto più volte, e sempre partendo dai fatti: il rosso a Kalulu in Inter-Juve e il caos che ne è seguito, poi la squalifica e il caso Bastoni, e infine il tentativo di capire che cosa dicono le simulazioni del nostro calcio.
Ogni volta la discussione è finita sullo stesso binario: se fosse fallo, se il VAR doveva intervenire, se la squalifica era giusta. Mai una volta su quello che quella scena insegna a chi la guarda da un divano con una maglietta troppo grande addosso.
Perché il punto è che un bambino di nove anni non segue il dibattito sul regolamento. Vede una sequenza semplicissima: un giocatore cade, resta a terra, arriva il fischio o non arriva, e in ogni caso il gioco si ferma e tutti parlano di lui. Poi vede che quel giocatore, il lunedì, è ancora lì. Molto raramente vede che succede qualcosa di spiacevole a chi si è buttato.
Un adulto chiama tutto questo furbizia, o mestiere, o malizia agonistica, che sono tre modi gentili per dire la stessa cosa. Un bambino di sei anni non ha bisogno di una parola: ha visto che funziona, e la copia.
La regola nuova è una confessione
C’è un dettaglio di questa stagione che pochi hanno letto per quello che è.
Fra le modifiche al regolamento entrate in vigore quest’anno ce n’è una che riguarda proprio questo: il giocatore che riceve cure mediche in campo, o il cui infortunio ha fermato il gioco, deve uscire e aspettare almeno un minuto prima di rientrare, con l’eccezione dei portieri e dei casi in cui l’infortunio sia costato un cartellino.
Tradotta in italiano: se resti a terra, la tua squadra gioca in dieci per un minuto. Restare a terra adesso costa.
È una norma sensata e probabilmente funzionerà. Ma fermiamoci un secondo a leggerla per quello che è: è una confessione. Il calcio ha dovuto inventare un meccanismo economico per scoraggiare un comportamento, perché aveva smesso di poter contare sul fatto che quel comportamento fosse semplicemente sbagliato. Non si fa una regola così per un fenomeno marginale. La si fa quando il fenomeno è diventato strutturale.
E se è diventato strutturale lassù, a bordo campo il martedì pomeriggio è già arrivato da un pezzo.
La Carta dei diritti, e la partita delle 20.45
La cosa che mi fa più impressione è che nessuno stia mentendo.
La FIGC ha una Carta dei diritti dei bambini e dei doveri degli adulti, che è un documento serio e bello, e stabilisce che l’attività delle categorie di base ha carattere promozionale, ludico e didattico. Organizza tornei che si chiamano Fair Play. Nei corsi per allenatori di settore giovanile la parola educativo compare a ogni pagina.
Tutto vero, tutto in buona fede, tutto scritto bene.
Poi alle 20.45 va in onda il prodotto vero, quello che i bambini guardano davvero, e il prodotto vero insegna l’esatto contrario. Non perché qualcuno lo voglia: perché il sistema premia chi cade e non punisce quasi mai chi finge.
Ci sono due calci separati da un abisso, e ai bambini chiediamo di stare in quello scritto sulla carta mentre gli facciamo guardare l’altro. Non funziona, e non può funzionare. Nessun bambino ha mai imparato qualcosa da un regolamento: si impara da quello che si vede fare a chi si vuole diventare.
Che cosa chiedo, da padre e da tifoso
Niente moralismo, perché non serve e nessuno lo ascolta. Chiedo una cosa sola: coerenza.
Se il calcio italiano crede davvero a quello che scrive nei documenti del settore giovanile, allora deve rendere la simulazione una cosa che costa nel calcio dei grandi. Non con le prediche: con le squalifiche, con i referti, con la stessa ostinazione con cui si insegue un fuorigioco di tre centimetri. Una simulazione riconosciuta il lunedì dovrebbe pesare quanto un’entrata pericolosa, perché il danno che produce è più lungo e arriva molto più lontano.
Su queste pagine abbiamo scritto tante volte che il declino del calcio italiano non si spiega con un capro espiatorio. Vale anche qui, e per una volta non è una questione di risultati o di classifiche.
È che il martedì pomeriggio, a bordo campo, si vede benissimo che cosa stiamo insegnando. E non è quello che diciamo di voler insegnare. Il resto delle nostre opinioni sul calcio italiano le trovate qui.
Mio figlio, per adesso, quando cade si rialza. Ha nove anni. Vediamo quanto dura.
Domande frequenti
Che cosa dice la nuova regola sugli infortuni in campo?
Dalla stagione 2026/27 il giocatore che riceve cure mediche sul terreno di gioco, o il cui infortunio ha causato l’interruzione della partita, deve uscire dal campo e attendere almeno un minuto prima di rientrare. Sono previste eccezioni per i portieri e per i casi in cui l’infortunio abbia comportato un cartellino giallo o rosso.
Ci sono altre novità contro i comportamenti antisportivi?
Sì. È previsto il cartellino rosso diretto per chi si copre la bocca con la mano o con la maglia durante un confronto con un avversario o con un arbitro, e rischia l’espulsione anche chi abbandona il campo per contestare una decisione. È stato inoltre introdotto un conto alla rovescia di cinque secondi contro le perdite di tempo.
Che cos’è la Carta dei diritti dei bambini della FIGC?
Un documento della Federazione che fissa i diritti dei giovani calciatori e i corrispondenti doveri degli adulti, dirigenti e società, e che stabilisce il carattere promozionale, ludico e didattico dell’attività nelle categorie di base.
I bambini simulano perché sono disonesti?
No. A quelle età l’imitazione è il principale meccanismo di apprendimento: un bambino riproduce i comportamenti che vede negli adulti che ammira e li mantiene se ottengono un risultato. Il comportamento non nasce nel campetto, ci arriva.
Questo articolo racconta un’esperienza personale e non contiene dati o studi sulla diffusione del fenomeno nel calcio giovanile. Le informazioni sulle modifiche regolamentari e sui documenti federali sono riportate dalle fonti linkate.















